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Caseificio Passalacqua

Alimentazione. “Dare nomi seducenti incoraggia il consumo di piatti a base di verdura”

Bradley Turnwald, ricercatore in psicologia della Stanford University, insieme ad una equipe di ricercatori dello Stanford Mind & Body Lab, ha studiato gli effetti del cibo sano sulla psiche dell'uomo, traendo conclusioni interessanti.

"L’allarme obesità ha fatto sì che le mense – soprattutto quelle scolastiche e universitarie – e i ristoranti oggi tendano a sottolineare le virtù nutrizionali dei cibi più sani. Ma il linguaggio con cui ciò viene fatto, in realtà, è involontariamente disincentivante", spiega Bradley Turnwald, ricercatore in psicologia della Stanford University. Occorre quindi rendere attraenti cibi la cui etichetta ne ridimensiona l'appetibilità. Meccanismo che si verifica e che è stato possibile, per i ricercatori, dimostrare, come spiega lo stesso Turnwald: "Studi di Alia Crum, docente qui a Stanford, mostrano che dopo aver mangiato un cibo etichettato come 'sano' siamo meno sazi: il nostro livello dell’ormone dell’appetito, la grelina, è più alto rispetto a quando mangiamo lo stesso cibo, ma dotato di un’etichetta che dà l’idea di un cibo goloso".
Chiamiamolo diversamente questo cibo sano, dal momento che “ Esistono altri studi che evidenziano come chi ha appena mangiato un cibo etichettato come 'sano' riporta un’esperienza meno gradevole di quella che dichiara dopo aver mangiato lo stesso cibo senza etichette".
Per eseguire l'esperimento, Turnwald e colleghi hanno presentato ad un campione di studenti cibi salutari come carote, zucchine, fagiolini, mais, barbabietole e patate, etichettandoli con nomi neutri: mais, zucchine, oppure con diciture salutiste: mais a basso tasso di sodio, zucchine scelta leggera o appetitose: mais arrostito ricco e burroso, tocchi di zucchine caramellate cotte a fuoco lento. Su un totale di 28.000 pasti, a parità di cibi, le etichette appetitose hanno riscosso più favore: per la precisione il 25% in più di quelle neutre e il 33% in più di quelle salutiste
Lo studio, pubblicato dalla rivista Jama Internal Medicine, spiega in modo sorprendente anche aspetti prettamente di marketing. "Questo studio nasce da una constatazione: i cibi che fanno più male alla salute sono quasi sempre descritti con grande dispendio di termini accattivanti - spiega Turnwald - . Così ci siamo chiesti: e se anche per descrivere le verdure lavorassimo un po’ di fantasia?". Perché no, se ciò dovesse servire a combattere l'obesità, gravissima patologia che solo in Italia conta 6 milioni di obesi.

 
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