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Caseificio Passalacqua

Imparare a vivere

Viviamo in un mondo in cui lo scenario sociale ed economico, geografico e politico è in continuo cambiamento e tutti siamo sottoposti a un costante assedio massmediatico che ci presenta eventi gravi, se non tragici, a un sempre maggiore stress psico-fisico quotidiano derivante dal lavoro, dagli affetti, dalla nostra percezione della realtà circostante, a un’evidente difficoltà a conciliare le esigenze private con quelle pubbliche.

L’odierna crisi economica alimenta disagi, precarietà affettiva, ma anche la competizione tra i paesi e gli individui. Se per un verso siamo soggetti a rispondere alle sfide, al confronto, per un altro ci assoggettiamo a un logoramento emotivo, mentale e fisico. Si innescano pertanto conflitti tra necessità di adeguamento e superamento degli ostacoli, ed è a questo punto che occorre riflettere e trovare una soluzione o, se è il caso, manifestare un bisogno, avanzare una richiesta, protestare, denunciare, scioperare, per non subire ad oltranza, e mediare per trovare un accordo.  

Tutti quanti, nelle varie circostanze, ci scopriamo impreparati ad affrontare le difficoltà che ci troviamo dinanzi, a cui dobbiamo dare delle risposte, spesso dettate dall’urgenza del momento. Ci troviamo a scegliere se comportarci da avversari o da fratelli, se ritenere l’altro un nemico da ingannare, ricorrendo a sotterfugi e ad astuzie, o qualcuno da ascoltare, comprendere e aiutare, mettendo in atto un comportamento solidale.

Da questa attualità inattuale del nostro presente non può sfuggirci quanto possa essere difficile vivere e, vivendo, scoprire la poliedricità dell’esistente. Ogni situazione attuale sembra destinata a diventare inattuale, se per inattuale intendiamo che non rientra nell’urgenza del momento. Infatti nel presente vi è sempre qualcosa di inattuale, qualcosa che ha origine e appartiene al passato, che pertanto potremmo considerare inattuale, fin quanto non riflettiamo attentamente sul senso di tale inattualità, accorgendoci così che il passato influenza il nostro presente e condiziona il nostro futuro e che il presente ci spinge a cercare nel passato le “verità” che servono a intervenire per correggere un presente problematico, quando non si tratta di un problema contingente, legato a una situazione temporanea.

Noi tutti, in quanto esseri umani, viviamo lontani dal ritenere il vivere un semplice processo naturale. Gli esseri umani andiamo oltre il semplice processo naturale in quanto “impariamo a vivere” e persino “insegniamo a vivere”, per esempio i genitori, soprattutto i docenti per professione: insegnare è un’arte come sancisce l’articolo 33, comma 1, della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Vivere è un’arte che si apprende. Essa richiede impegno e applicazione continui, poiché occorre prendersi “cura” di sé e degli altri, non per obbedire a un puro dovere. Aver cura è un sofferto piacere attraverso cui possiamo apprendere l’arte del “saper vivere”. Attorno al saper vivere dovremmo concentrare la nostra attenzione per intonarci all’esistenza e per non sentirci inadeguati.

Vivere, rispetto a morire, è “dare” il proprio consenso all’esistenza. Il senso del dare ha una sua specificità da ricercare nella “capacità” di vivere. La capacità è un’attitudine, un’abilità dell’uomo propenso a coltivare se stesso, gli affetti, a sviluppare una conoscenza, a portare a termine un compito, a risolvere un problema, a impegnarsi a svolgere un’attività, ad assumere diritti e doveri.

Sembra che per imparare a vivere, ma anche per insegnare a vivere, sia fondamentale la spinta dell’amore. Ma l’amore ha in sé qualcosa di paradossale. Nell’amore e nell’amare c’è sempre disparità, persino nell’amare se stessi, ovvero quando l’amore si manifesta come desiderio di quel che non si ha. Vi è sempre disparità tra l’amante e l’amato, eppure la tensione verso quel che è oggetto di desiderio non arretra, e l’oggetto diviene il soggetto da cui attendiamo una risposta. A tale proposito lo psichiatra e filosofo Lacan afferma che “L’amore come risposta implica il campo del non-avere” e che “Dare ciò che si ha, è la festa, non è l’amore”, in effetti “L’amore è dare ciò che non si ha, e non si può amare se non facendosi non aventi, anche se si ha”. In tal modo ci poniamo come non sapienti, poiché conosciamo a partire dal riconoscimento di una mancanza, dalla spinta offerta dal desiderio che ci spinge continuamente verso l’altro. Da Fromm, psicoanalista e promotore di un socialismo umanista, apprendiamo che nel processo di formazione l’uomo può instaurare relazioni positive con se stesso e con gli altri e che l’amore è un’arte che va coltivata. Dunque amare è un arte, non un semplice sentimento, che s’impara, e come tutte le arti richiede impegno e dedizione. Per coltivare quest’arte impieghiamo energia, la maggior parte della quale è assorbita dalle normali attività quotidiane e dagli impegni lavorativi a cui vorremmo ribellarci e invece razionalmente teniamo ritmi, concentrazione, anche se vorremmo fare ben altro. E se amare è avere cura per se stesso e per l’altro, quest’ultimo non può essere ridotto a una presenza-assenza sostituibile, se abbiamo “riconosciuto”, intuitivamente, il valore che rappresenta per noi; e neppure può essere ridotto a un elemento da analizzare, perché la capacità di amare ci richiede coraggio, fiducia e umiltà, ovvero rinuncia alle spinte egoistiche del “proprio sé” per aprirsi al “noi”. Dare spazio al noi significa imparare una nuova maniera d’essere, non più concentrati sul proprio sé ma aperti al prossimo: un esercizio di virtù, per cui nella fede, nel coraggio e nell’umiltà troviamo i presupposti per amare veramente.

Imparare a vivere è persino imparare a morire, un limite invalicabile che ci ricorda ancora una volta quanto sia importante la vita. La figura di Socrate è emblematica in tal senso. Socrate muore, anzi viene condannato a morte, per aver insegnato agli altri l’imprescindibile necessità di conoscere se stessi e di cercare dentro di sé la verità. Socrate, prima di morire, bevendo la cicuta in disobbedienza a una condanna ingiusta, ha dato esempio del difficile compito di insegnare o imparare a vivere e persino a morire. Eppure egli sa di non morire, in quanto i suoi insegnamenti sono serviti ai suoi interlocutori; inoltre, la sua “testimonianza”, contenuta nei dialoghi di Platone, rimane e inaugura l’idea di un pensiero “vivente”, che in assenza del soggetto offre una verità, anche se attraverso la scrittura dialogica, portavoce del “soggetto vivente”, e in questo senso la morte è del corpo ma non dell’anima.

I libri scritti nei secoli sono dunque nutriti di una cultura che ha attraversato il tempo e gli uomini imparano – a vivere –, mediante la testimonianza di un soggetto vivente, ma assente per la sua dipartita, per cui dobbiamo riconoscere la necessità imprescindibile del libro come supporto alla nostra memoria e trasmissione del senso che aiuta a migliorare e a elevare l’uomo e ad arrestare la caducità umana.

È indubbia l’importanza della “cultura”, un termine che richiama un’esistenza umana comune, e del termine “humanitas” che richiama una natura umana comune, comprendente le influenze provenienti da altre culture. Una concezione quest’ultima che ci presenta il lato positivo dell’uomo che, secondo la tesi di Protagora, “è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”; tesi poco rassicurante, se è vero che l’uomo non sempre è in grado di fronteggiare le difficoltà, accorgendosi che si impara a vivere vivendo e che non si impara mai abbastanza per rispondere alle diverse situazioni che ci sorprendono senza giusta misura. Ma forse è Nietzsche con l’affermazione “L’uomo è difficile da scoprire, ed egli è per se stesso la più difficile delle scoperte”, contenuta nelle Considerazioni inattuali, che ci consente di riflettere sulla reale e tangibile difficoltà dell’uomo di scoprire se stesso.

È allora il caso di affermare che imparare a vivere è un compito tanto difficile che richiederebbe più di una vita, se a ciascuno di noi non fosse dato di viverne una sola. Cosicché non possiamo sfuggire all’unica possibilità di dare un senso alla nostra vita e di ridurre gli effetti di un comportamento teso a dare il peggio di sé. L’uomo, per rispondere all’ansia di rinnovamento, come afferma Vittorini, deve aprirsi a una nuova cultura: “Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini”. L’uomo non può permettersi di vivere nella barbarie e di essere in guerra, nemmeno con se stesso.

 
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