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Caseificio Passalacqua

Quando il lavoro stanca

Nella vita quotidiana, se osserviamo i nostri comportamenti, non ci sfuggirà che essi richiedono degli sforzi. Soddisfare le esigenze materiali, a cominciare dall’alimentazione, ci mette dinanzi alla necessità di svolgere attività impegnative, a esempio: seminare, coltivare, raccogliere, produrre, distribuire, vendere, acquistare quel che ci occorre per nutrirci. Con la frase “Primum vivere, deinde philosophari” si sottolinea la preoccupazione primaria dell’uomo: vivere, nel senso dello sforzo pratico di chi compie un lavoro fisico per soddisfare l’animale che noi siamo.

Dopo aver soddisfatto i propri bisogni materiali, l’uomo, considerato dal filosofo Aristotele di natura socievole, può impegnarsi per pervenire alla costruzione della sua dimensione sociale e politica, per cui l’idea di cittadinanza è legata al vivere secondo giustizia e in modo moralmente retto.
Essendo l’uomo un “animale razionale”, come afferma Aristotele, vivere ha un sommo valore quando si superano i bisogni dell’essere animale e ci si dedica ad attività organizzative e di pensiero, affinando la capacità di ragionamento che ci porta a considerare che lavoriamo per garantire e migliorare lo stato sociale, ma anche per divertirci, e che ci occupiamo di attività pratiche (costruire abitazioni, edifici, strade, acquedotti ecc.), anche per esaltare l’ingegno e la bellezza nelle creazione e nella realizzazione di opere.
Rimane incontestabile che vivere è compiere atti concreti, sforzi utili che ci elevano rispetto alle bestie, in virtù della capacità umana di organizzare le attività quotidiane e di trasmettere il sapere.
L’organizzazione del lavoro e la divisione dei compiti ha sempre contraddistinto l’operare umano e ha determinato l’evoluzione dell’organizzazione sociale. Con la “rivoluzione neolitica” abbiamo assistito alla prima rivoluzione dei modi della produzione (a cominciare dall’agricoltura e dall’allevamento) e soprattutto all’invenzione della scrittura, una pratica professionale assolutamente utile al miglioramento materiale e spirituale delle civiltà. Saltiamo parecchi millenni per giungere alla nostra Costituzione, alla scrittura della prima frase dell’articolo 1 che recita “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, assieme agli articoli 4, 35, 36, 37, 38, 39 e 40 che specificano l’affermazione iniziale.
Indubbiamente il lavoro ha una realtà di legge di cui l’ordinamento giuridico del Paese deve farsi garante e lo Stato deve impegnarsi per garantire ai suoi cittadini l’accesso. Celebriamo la Festa del lavoro il 1° maggio a livello internazionale perché la questione del lavoro riguarda tutti i lavoratori, di cui solo alcuni realizzati nel ruolo e nella funzione svolti, si ritrovano ancor oggi senza veri diritti e condizioni lavorative accettabili, per non dire di coloro che lo richiedono senza averne accesso, neppure se esso dovesse compromettere la sopravvivenza. Per cui avere un lavoro che corrisponde alla nostra formazione, alle reali capacità individuali, alle aspirazioni più elevate (filosofiche, scientifiche o artistiche), rispetto alle difficoltà di averne uno, non sarebbe una vera priorità, è però possibile conciliare un’attività creativa con un’attività lavorativa vera a propria, a esempio suonare uno strumento ed essere un impiegato modello.
Eppure l’impegno lavorativo nella vita urbana non ci rende facilmente soddisfatti, come se bastasse lavorare e svolgere un lavoro che ci piace per essere gratificati. Non è così. Sono sempre troppe le situazioni che dobbiamo fronteggiare e le prove che dobbiamo superare, nel corso della nostra esistenza, per non sentirci inappagati e stanchi. Inoltre le condizioni in cui lavoriamo non ci salvano dalle difficoltà legate all’esistenza materiale, nemmeno dalla prostrazione spirituale, dalla solitudine, come possiamo cogliere dalle parole contenute nella poesia “Lavorare stanca” di Pavese:
“Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.”
Condizioni dure da accettare. Esse infatti non ci salvano dall’alienazione, che secondo Marx causa scissione e dipendenza nell’operaio dal prodotto del proprio lavoro, che lo impoverisce mentre arricchisce il capitalista; non ci garantiscono nemmeno la possibilità di costruirci una famiglia e di mantenerla e di inserire i giovani in modo equilibrato nella società, come rileva anche Baumann.
Siamo eredi di uno sviluppo geopolitico mondiale pieno di contrasti, di disuguaglianze sociali ed economiche, di guerre per il predominio e per la sopravvivenza, di emigrazioni che delineano una situazione contemporanea caotica e ingestibile, e questo ci impone l’urgenza di seguire logiche più sane in dissenso a logiche deliranti.
La ricerca della verità e di soluzione correttive ai problemi sembra l’ultima cosa da fare, poiché “primum vivere” ci sottrae dall’impegno in attività che possano rendere migliori le nostre condizioni d’esistenza.
Io non voglio affermare l’idea che dovrebbero essere i filosofi a governare lo Stato, ma ritengo il “deinde philosophari” un’attività da auspicare. Platone fa da guida in tal senso: nel dialogo sulla “Repubblica” sostiene il valore di tale attività al punto da considerarla estranea a quella del politico che impiega le menzogne come “farmaci” per ottenere risultati degeneri. Il rinnovamento è possibile, attraverso il retto pensare e la formazione: i filosofi e la giusta educazione possono arginare la corruzione e la degenerazione politica, e gli italiani lo meritano essendo eredi dell’esperienza, dello sviluppo e del profondo rinnovamento dell’Umanesimo.
Dovremmo ritornare pertanto a essere espressione di valori, promuovendo comunione tra le discipline e gli interessi, a riacquistare la coscienza d’essere professori, che niente ha che vedere con la comicità grave delle scelte politiche attuali, in obbedienza alle logiche inquietanti dell’economia, del marketing e della finanza. Per cui, riscrivendo la sentenza, potremmo affermare che oggi abbiamo conferma del fatto che “Primum vivere, deinde business” a causa di una conduzione politica disastrosa, affidata ai mediocri o a coloro che lavorano per favorire l’interesse privato. Favorire e dare consenso a tale direzione non ci solleverà dalla miseria in cui versa il mondo del lavoro.
Il lavoro oggi svilisce e stanca chi ha la fortuna di averne uno e chi si adopera per trovarne uno: se da un lato abbiamo una retribuzione non adeguata o che non ha potere d’acquisto, dall’altro abbiamo un’offerta retributiva che non garantisce la soglia minima di sopravvivenza; per cui assicurarsi le condizioni materiali e sociali di sopravvivenza è ormai un privilegio sempre più inarrivabile, che ci spinge persino a formarci in un Paese e a lavorare in un altro, a essere (nostro malgrado) globalizzati, delocalizzati e flessibili, per non parlare di ruoli pubblici e incidenza sociale non adeguatamente distinti e valorizzati. Chi ha invece i mezzi materiali e ha avuto la possibilità di vivere negli agi è chiamato a dare il buon esempio e a esercitare le virtù: è infatti tenuto ad agire in modo saggio perché la ricchezza non può essere un mezzo finalizzato ad arrecare danno agli altri, tuttora da asservire.

 
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