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Le ragioni del SI e del NO, OTTO banche a rischio fallimento?

L’allarme lanciato dal Finalcial Times attraverso un articolo a firma di Rachel Sanderson, pubblicato sul prestigioso tabloid inglese, non può passare inosservato, Renzi tace e lascia che a parlare sia il ministro dell’Economia Padoan che dichiara: “Non c’è nulla di strano in quello che viene scritto, è ovvio che i mercati finanziari non amino l’incertezza e stiano valutando con perplessità che la politica di riforme sia messa in qualche modo in discussione”.

Una dichiarazione che lascia molto perplessi, un ministro che dovrebbe difendere gli interessi dei piccoli azionisti, dei risparmiatori e il sistema, che potrebbe subìre un grave tracollo, si limita a dire che Sanderson ha ragione? C’è da rimanere basiti, ma le stranezze non finiscono qua, quello che stupisce enormemente è la mancata reazione delle banche interessate al rischio fallimento che vengono indicate in: Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Etruria, Banca Marche, Cassa Ferrara e Cassa Chieti.
Giorgio Meletti sul ilfattoquotidiano rileva che “Se uno scrive che sono a rischio di fallimento riceve minacce di azioni legali, basta scrivere che potrebbero fallire se vince il No e la rabbia si placa”. Meletti incalza e dice anche che “la stessa Sanderson, in un accurato reportage sulla crisi della banche venete, scritto appena cinque giorni fa, ci ha avvertito che, in una regione funestata dalla liquefazione di 11 miliardi di risparmi, la palpabile rabbia contro i politici e le istituzioni ha potenziali conseguenze politiche sul referendum del 4 dicembre che minaccia di disarcionare Renzi. La logica stringente del Financial Times sarebbe quindi la seguente: la crisi delle banche potrebbe favorire la vittoria del No, la vittoria del No potrebbe far precipitare la crisi delle banche. È evidente che al ragionamento manca un pezzo. Ai banchieri e dirigenti statali, che le hanno dato anonimamente la notizia bomba che il No farà fallire le otto banche, Sanderson non ha fatto la domanda decisiva: e se vince il Sì che cosa sarà delle otto banche? Rifioriranno miracolosamente sull’onda del cambiamento? Verranno prese d’assedio da investitori internazionali vogliosi di far piovere i loro capitali sulle banche di un Paese che ha finalmente superato il bicameralismo perfetto?”
Continua ancora Meletti: “Difficile crederlo. La verità è che le otto banche di cui si parla sono in condizioni forse disperate, sicuramente molto gravi, non solo ma anche a causa dei tentennamenti del governo Renzi. E certamente non per l’incertezza politica di un referendum che comunque è stato reso simile a un giudizio di Dio proprio dal governo che lo ha voluto. Se avesse senso la minaccia del Financial Times la colpa sarebbe proprio del presidente del Consiglio che quando ha detto “sul referendum mi gioco tutto” si è giocato anche il futuro delle banche italiane, cioè di tutta l’economia del Paese.”
Sempre Meletti scrive: “Gli investitori che si tirerebbero indietro in caso di vittoria del No, lasciando nella peste Mps (in attesa di 5 miliardi di aumento di capitale) e Unicredit (in attesa di 13 miliardi di aumento di capitale), sono gli stessi che secondo Renzi gli hanno chiesto di sostituire Fabrizio Viola con Marco Morelli alla guida di Mps come condizione per sottoscrivere l’aumento di capitale. Renzi ha eseguito l’ordine recapitatogli dalla banca Jp Morgan e i mercati hanno accolto la mossa correndo a vendere le azioni Montepaschi. Le quattro banche che Renzi ha “salvato” un anno fa con il famoso decreto Salvabanche sono ancora lì. Aveva promesso alla Commissione europea che le avrebbe rimesse in sesto e rivendute entro il 30 aprile scorso. Non ha fatto niente. Solo una piccola parte dei risparmiatori truffati ha visto il risarcimento. Adesso tre delle quattro (Etruria, Marche e Chieti) se le prenderebbe Ubi Banca, che però le vuole ripulite da 2,5 miliardi di nuove sofferenze generate in questo anno di gestione a cura della Banca d’Italia e non del Comitato per il No. La ripulitura la deve fare il fondo Atlante, che però non ha abbastanza soldi.”
Certo non è una bella storia, non vorremmo essere nei panni dei depositanti e dei risparmiatori che hanno sottoscritto obbligazioni o di chi ha investito in azioni, certo ci saremmo aspettati che Renzi spendesse una parola di incoraggiamento e di speranza e forse, anziché correre in Sicilia, per l’ennesima volta per cercare di raccattare voti, dovrebbe fare un salto nelle zone interessate dalle banche e rassicurare quanti sono con il cuore in gola per i loro averi affidati alle banche.

 
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