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Caseificio Passalacqua

Ci avveleniamo mangiando, lo dice un’indagine della Coldiretti. Ma noi non avevamo “Vivi sano, mangia siciliano”?

Viviamo un grande momento di euforia, che coinvolge tutto ciò che riguarda il cibo. Ne sono testimonianza le innumerevoli quantità di programmi che imperversano su tutti i canali televisivi, nei quali, peraltro, non si risparmiano i consigli per scegliere quali materie prime preferire, con tante raccomandazioni sul cibo sano e a chilometro zero. 

E come non citare l’EXPO di Milano il cui tema era “Nutrire il Pianeta”? E come non parlare dei sei mesi che la Sicilia ha presenziato a EXPO e le attenzioni che, insieme con tanti altri, ha dedicato alle buone pratiche alimentari coinvolgendo i milioni di visitatori che sono passati dall’EXPO? Noncurante di tutto questo, però, è chi decide cosa farci trovare sui banchi dei supermercati e delle botteghe, prodotti la cui salubrità, è stato dimostrato, potrebbe essere messa fortemente in discussione. La Coldiretti, da anni impegnata a diffondere la cultura del consumare prodotti fatti in casa con un particolare riguardo alle buone pratiche della coltivazione salubre e autoctona, ha pubblicato un elenco di prodotti importati da diversi Paesi e che certamente non hanno un effetto benefico sulla salute. Con quale risultato? Solo indignazioni, meraviglia, sgomento. E poi? Nessuno, tra coloro i quali dovrebbero occuparsene, ha fatto o sta facendo qualcosa. Eppure si parla tanto di prevenzione, ma a veder bene sembrerebbe tutto il contrario: consumare prodotti “avvelenati” non fa altro che contribuire all’incremento della spesa sanitaria. Sembra una follia? E’ una vera follia! La gente non ha i soldi per curarsi, il servizio sanitario riduce sempre di più i livelli di assistenza e poi nulla si fa per fermare una simile follia.
Ma qualcuno ci aveva pensato e qualche anno, fa in previsione dell’EXPO, in Sicilia, si tentò di mettere in piedi un progetto che, dopo un anno di lavoro, fu buttato alle ortiche. Questa è una storia che merita di essere raccontata.
Agli inizi del 2012 l’Assessore alla Salute della Regione Siciliana Massimo Russo - un magistrato prestato alla pubblica amministrazione -, istituì un tavolo di lavoro che aveva il compito di predisporre un programma per promuovere uno stile nutrizionale consapevole, capace di prevenire le malattie del cosiddetto benessere, attraverso un percorso formativo e divulgativo denominato “FED -Formazione Educazione e Dieta“, gruppo di lavoro che tra l’altro partorì l’idea del “Vivi sano mangia siciliano”. Il progetto “Vivi sano mangia siciliano”, condiviso anche con l’Assessore all’Agricoltura del tempo Ciccio Aiello, aveva come finalità la realizzazione di una linea di prodotti dell’agroalimentare siciliano, regolati da un preciso disciplinare, certificati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Sicilia che ne avrebbe garantito la salubrità, l’alta qualità, le proprietà organolettiche. Prodotti destinati a soddisfare i consumatori più esigenti in un mercato sempre più competitivo, selettivo e comunque riservato ad una certa fascia di mercato. Seppur partendo dalla formazione ed educazione ad un consumo consapevole e finalizzato a combattere e prevenire alcune malattie, si individuarono anche altri obiettivi che sarebbe stato possibile conseguire con un progetto capace di coinvolgere diversi livelli di partecipazione, come, ad esempio, trovare una soluzione ai problemi dell’economia agricola siciliana. Se da un lato erano e sono innumerevoli le motivazioni del mangiare consapevole, dall’altro occorre trovare un nuovo modo per competere sul mercato, i produttori, pur di collocare i loro prodotti, sono costretti a grandi sacrifici, ivi incluso quello di sottostare alle “regole” che la Grande Distribuzione Organizzata impone: il prezzo, le consegne, il packaging, le modalità di pagamento ecc. La GDO di fatto esercita il controllo del mercato senza che nessuno possa lamentarsi, pena la perdita delle forniture. Esiste un altro mercato, quello di alta fascia, poco conosciuto e difficile da penetrare. Chi lo rifornisce? Con quali prodotti e come vengono garantiti? Chi presidia il mercato che consuma prodotti di alta fascia? Chi produce i fagiolini che qualche tempo fa Berlusconi dichiarò di comprare a 300 euro al chilogrammo? E quali caratteristiche avranno questi benedetti fagiolini? C’è una richiesta di prodotti dei quali se ne pretende la garanzia di qualità, l’assenza di residui chimici nocivi alla salute? La risposta è affermativa, dato il consumo crescente di prodotti “biologici”. Ma questo non basta, perché l’agricoltura italiana ed in particolare quella meridionale deve fare i conti con l’arrivo di merci prodotte in Paesi dove il costo di una giornata di manodopera operaia varia dai 5 ai 10 euro, contro il costo in Italia che va dai 30 euro, per la paga in nero, ai 73 euro per gli operai in regola. È mai possibile competere? Ecco la necessità di ricercare, ritagliarsi un nuovo modo di fare agricoltura, facendo ricorso al “marketing oriented”: dare al mercato quello che vuole. Esiste un mercato potenzialmente interessante? Se è vero che il 10% della popolazione mondiale dispone di una capacità di spesa molto elevata ne consegue che al mondo ci sono circa 750 milioni di potenziali consumatori di fascia alta. Se teniamo solo conto dell’Europa con Russia e Ukraina, degli Stati Uniti, del Canada e del Giappone la cui popolazione assomma a circa 1,2 miliardi, i potenziali consumatori di prodotti di alta qualità potrebbero essere circa 120 milioni rappresentando un interessante bacino di potenziali clienti. Facile? Per nulla, la realizzazione di un processo di trasformazione così radicale, seppur circoscritto, necessita di una classe dirigente, illuminata e capace di guardare lontano, programmare, fare condividere e creare i presupposti necessari per il successo del progetto. Come dicevo all’inizio, qualcuno ci provò, la Giunta Regionale della Regione Siciliana con deliberazione n. 404 il 22 ottobre 2012, “apprezzo” il progetto FED a firma degli Assessori Russo e Aiello, un lavoro fatto a più mani, e tra queste anche quelle di Lucia Borsellino per la Sanità e Dario Cartabellotta per l’Agricoltura. Con le dimissioni di Lombado da Presidente della Regione cadde il Governo a tutti andarono a casa. Coloro che avevano partecipato alla stesura, Borsellino e Cartabellotta furono nominati Assessori ed entrarono a far parte del nuovo Governo, rispettivamente alla Sanità e all’Agricoltura, uno dei primi atti che fecero, su indicazione del Governo Regionale, fu quello di modificare il progetto salvando solo la parte formativa ed eliminando quella parte che avrebbe rivoluzionato la produzione agricola siciliana in barba alle speranze e alle asfittiche condizioni in cui versava e versa l’economia agricola siciliana. “Vivi sano, mangia siciliano” non è o non era uno slogan pubblicitario ma un modo di vivere e concepire la vita. Peccato non averci creduto e peggio ancora non averlo capito.
Oggi, a distanza di quasi quattro anni, gridiamo allo scandalo dei prodotti agricoli importati con gravi danni oltre che per la salute anche per l’economia. L’economia agricola arranca, nessuno propone svolte o rilanci, tutti fanno proclami ma siamo sempre al palo, un piccolo barlume di speranza ancora una volta è stato spento. Lo sport preferito di una certa classe che si definisce dirigente è buttare a mare le opportunità, così come è avvenuto per l’EXPO: dalla malafiura al successo planetario, ma qualcuno ha deciso che era meglio trasformare anche questa opportunità in una grande occasione sprecata. Viva la rivoluzione.
Robin Hood

 
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