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L’Ansia: una gabbia infernale

L’Ansia: una gabbia infernale

Si può affermare con ragionevole certezza che l’ansia sia uno degli stati psicologici più diffusi della nostra epoca. Dalla crisi economica, con la conseguente precarietà lavorativa, alla messa in discussione dei tradizionali punti di riferimento anche in campo familiare- relazionale – affettivo, l’ansia si configura come una delle possibili risposte più frequenti, in tempi in cui l’unica certezza sembra essere quella del cambiamento continuo e inesorabile.

Ovviamente l’ansia non investe tutti e sicuramente per quanto ciascuno di noi in alcune occasioni della vita possa sentirsi fisiologicamente ansioso o impaurito, questo non implica lo sviluppo di un stato psicologico permanente e, nei casi più gravi, profondamente invalidante. Infatti per alcune persone l’ansia si configura come un elemento stabile del funzionamento di base; queste persone sperimentano un stato di ansia costante che investe molte delle attività della vita quotidiana, anche quelle che molti giudicherebbero trascurabili, se non addirittura quelle situazioni che rappresentano una fonte di piacere e gratificazione.

 

Nel linguaggio corrente, concetti quali ansia, paura, fobia e panico vengono utilizzati in modo per lo più improprio e talvolta come sinonimi. Proviamo dunque a delineare alcune differenze importanti tra questi concetti che in psicologia hanno un significato ben distinto.
In primo luogo si può definire l’ansia quel processo psichico mediante il quale il soggetto reagisce a stimoli esterni di pericolo, mettendo in atto risposte a livello della psiche e del corpo (aumento della pressione sanguigna e della respirazione, tachicardia, aumento della secrezione interna di corticosteroidi). Alla psiche spetta il compito di segnalare il pericolo, individuare strategie per sottrarvisi con il minor danno possibile e predispone la persona a due modalità di comportamento: fuga (evitamento della situazione) e attacco (aggressione). Si può affermare che l’ansia sia patologica nel momento in cui fa perdere al soggetto il totale controllo delle proprie emozioni, quando prevale il senso d’impotenza e incertezza e non si riescono ad affrontare situazioni nuove o impreviste, con la conseguente sperimentazione di sofferenza e disagio. Quando l’ansia è una caratteristica della personalità, cioè quella che in psicologia si definisce “ansia di tratto”, la persona di fronte a stimoli significativi reagisce mettendo in atto quasi sempre il medesimo pattern.
In ambito psicologico è quindi importante distinguere:
     - l’allerta, che è lo stato psichico che normalmente accompagna l’attesa di un evento (ad esempio quando attendo di sostenere un esame          all’università)
     - la paura, che è l’emozione provocata dall’essere consapevoli di un pericolo imminente, con relativo desiderio di fuga (quando assisto agli esami dei colleghi e prendo coscienza della difficoltà dell’esame)
     - l’angoscia, che è uno stato psichico in cui la persona sperimenta fortissima impotenza, uno stato di allarme logorante e ampiamente pervasivo, la cui intensità può portare la persona ad una situazione di afinalismo comportamentale marcato (quando devo sostenere un esame e vengo travolto da emozioni che non riesco a controllare e metto in atto comportamenti che non sono idonei allo svolgimento di quell’operazione…)
    - il panico, che è il capolinea dell’angoscia e quindi uno stato di totale paralisi delle funzioni psicofisiche e si manifesta con palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori fino a grandi scosse, dispnea e sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, testa leggera o svenimento, sensazione di irrealtà (derealizzazione) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo e impazzire, paura di morire, parestesie, brividi o vampate di calore (prima di un esame lo stato di angoscia diventa un insieme di sensazioni paralizzanti che non mi permettono neppure di uscire di casa)
    - l’ansia, che è uno stato emotivo spesso doloroso, caratterizzato dal presentimento di un pericolo imminente e inevitabile, uno stato di inquietudine, contraddistinto dall’attesa che insorge in assenza di un pericolo reale e determina una risposta inadeguata allo stimolo scatenante e comporta disagio, incertezza e senso di inadeguatezza (il pensiero di dover sostenere tra due settimane un esame diventa fonte di paura costante)
     - la fobia che infine è un timore eccessivo, immotivato, (relativo a situazioni, oggetti o attività) e determina la comparsa di sintomi ansiosi o condotte di evitamento dello stimolo fobico, tali da compromettere il funzionamento lavorativo e sociale del soggetto che ne soffre (quando evito di presentarmi all’esame per la convinzione di incorrere assolutamente in un fallimento, nonostante abbia gli strumenti per superarlo). Gli stimoli fobici possono essere i più svariati (animali, sangue, agenti atmosferici, altezza) e in un’ottica psicoanalitica possono avere significati simbolici che raccontano aspetti della vita interna della persona coinvolta e delle sue relazioni familiari e sociali. Esiste inoltre la cosiddetta fobia sociale che viene definita dal DSM V (Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali) come un disturbo contraddistinto dalla paura e dall’evitamento di situazioni nelle quali l’individuo è esposto al giudizio altrui, per il timore irrazionale di apparire imbarazzato, ridicolo, inopportuno e umiliato. Questo disturbo interferisce notevolmente nella vita della persona che ne soffre.

Il DSM V classifica i Disturbi d’Ansia in: 1)Disturbo di Panico senza agorafobia, 2) Disturbo di Panico con Agorafobia, 3)Agorafobia Senza Anamnesi di Disturbo di Panico, 4) Fobia Specifica, 5)Fobia Sociale, 6) Disturbo Ossessivo Compulsivo, 7) Disturbo Post Traumatico da Stress, 8)Disturbo Acuto da Stress, 9) Disturbo d'Ansia Generalizzato, 10)Disturbo d’Ansia Dovuto a una condizione Medica Generale, 11) Disturbo d’Ansia indotto da sostanze, 12)Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato

A questo punto proviamo a tracciare in maniera sintetica le origini dell’ansia. Dal punto di vista psicoanalitico l’ansia affonda le sue radici nelle dinamiche di relazione infantili ed assume rilevanza in tutte quelle situazioni traumatiche che determinano un senso di perdita, colpa, controllo e impotenza che l’individuo non riesce a tollerare dentro di sé. Secondo la prospettiva psicoanalitica ci sono degli stati evolutivi nella vita di un bambino, da quelli più primitivi a quelli più maturi e ad ogni fase corrisponde una specifica paura ed esistono dunque diversi tipi di angoscia, ognuno dei quali può essere conscio o inconscio:
     - l'angoscia di separazione: la paura di perdere l’oggetto amato,
     - l'angoscia di castrazione: la paura di ricevere un danno al proprio corpo e nello specifico ai propri genitali
     - l’angoscia morale: la paura della trasgressione dei propri valor morali
     - l’angoscia di annichilimento : cioè di essere catastroficamente travolto, di fondersi con un’altra persona, di essere invaso e distrutto
     - l’angoscia di frammentazione cioè la pura di disintegrazione del Sé
     - l’angoscia persecutoria e le paure irrazionali di danneggiare le persone amate, che rappresentano le situazioni più problematiche da un punto di        vista psicologico.

 

Dal punto di vista evolutivo si ritiene che l’angoscia si sviluppi da un’eccitazione somatica diffusa a un’angoscia psichica pervasiva fino ad assumere una funzione più matura di segnale. L’angoscia- segnale è uno stato che ci permettere di riconoscere, in base alla nostra esperienza precedente, un oggetto o una situazione attuale come pericolosi. Questa organizzazione gerarchica non va intesa in maniera statica, in ognuno di noi queste angosce sono presenti e i livelli di sviluppo possono essere riattivati facilmente in situazioni traumatiche, di stress o in gruppi molto numerosi. Nei disturbi d’ansia gli elementi distintivi dal punto di vista relazionale possono includere espressioni della paura di essere rifiutati (ad esempio aggrapparsi a qualcuno e chiedere rassicurazioni), espressioni del senso di colpa (accusare, incolpare, o rifuggire da qualsiasi accusa), espressioni dei conflitti relativi alla dipendenza (sensazioni di oppressione o soffocamento, di danneggiare, strozzarsi, oscillazioni tra allontanare o avvicinare gli altri). Rabbia e colpa sono vissuti come sentimenti negativi che vanno “evitati”, perché intesi come “pericolosi”, generando una sorta di spirale e circolo vizioso dell’ansia dal quale non sembra esserci via d’uscita.
Negli ultimi anni la ricerca nell’ambito delle neuroscienze ha permesso di cogliere i meccanismi fisiologici alla base dei disturbi d’ansia anche da un punto di vista biologico, permettendo di comprendere quali strutture cerebrali sarebbero coinvolte nella fisiologia del disturbo: il locus coeruleus, i nuclei del raphe, il sistema limbico e la corteccia cerebrale, aprendo dunque la strada ad una sempre maggiore comprensione del disturbo.

Come ho già accennato all’inizio di questo articolo, nel tentativo di fare chiarezza su questo tema (così come su qualsiasi argomento in ambito psicologico!) non si può “tagliare fuori” il contesto sociale in cui siamo immersi e non si può comprendere un disturbo prescindendo dalla cornice culturale all’interno della quale si manifesta e dalle “richieste” psico-sociali cui siamo quotidianamente sottoposti. L’ansia, per chi la vive, assume sempre i connotati di una gabbia, di una prigione, dalla quale è necessario uscire per poter vivere una vita improntata al benessere e a quel tanto anelato “principio del piacere” che queste persone sembrano non potersi concedere.
Quando l’ansia assume queste caratteristiche, un percorso psicoterapico (dal mio punto di vista ovviamente orientato alla comprensione ed elaborazione profonda del proprio mondo interno e delle proprie relazioni, e che non sia un mero lavoro di “sparizione”di un sintomo, perché sappiamo che così facendo sarà destinato a ripresentarsi) è l’unica strada da intraprendere per ri-orientare il proprio percorso di vita, secondo i propri (realistici!) desideri e inclinazioni e, nelle situazioni più gravi, la psicoterapia necessita di essere affiancata da un trattamento farmacologico.

 

 

 

 
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