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Caseificio Passalacqua

Cos’é un disturbo di personalità?

Tra le ragioni che spingono una persona a rivolgersi ad uno psicologo, psicoterapeuta o psichiatra, come descritto nei precedenti articoli, può esservi un profondo malessere psicologico. Sentiamo spesso parlare dei cosiddetti disturbi di personalità. Definizione che nei non addetti ai lavori spesso genera timore e, come molti temi legati alla salute mentale, talvolta vergogna.

Per comprendere cosa sia un disturbo di personalità è bene fare chiarezza su quali basi si fonda lo sviluppo della stessa. Spesso nel linguaggio corrente ci riferiamo al “carattere” ogni qual volta vogliamo fare riferimento a qualcosa di rigido e immutabile, quasi un ostacolo al cambiamento.

In ambito psicologico si definisce la personalità come la sintesi tra temperamento e carattere. Il temperamento rappresenta le influenze genetiche e costituzionali che hanno un ruolo sul funzionamento della personalità; il carattere è invece quell’insieme di influenze che vengono apprese da un individuo nel periodo della socializzazione.

Numerosi studi sono stati portati avanti nel campo dell’“attaccamento”, concetto che indica quel particolare legame emotivo che si sviluppa tra bambino e l’adulto di riferimento e che sarà la base per la capacità (o incapacità) di sviluppare relazioni mature quando sarà a sua volta un individuo adulto. Gli studi hanno evidenziato che relazioni infantili deficitarie rappresentano il presupposto per deficit neurofisiologici del cervello e deficit psicologici. Tanto più l’adulto di riferimento sarà sensibile e reattivo tanto più stimolerà le connessioni nella corteccia orbitofrontale nel cervello del piccolo, mediante comunicazione (attraverso il contatto oculare, le espressioni facciali, la voce, i gesti…). Le interazioni stimolano le connessioni sinaptiche in modo che il bambino possa modulare la rabbia, la frustrazione, la paura, sviluppando la capacità di rispondere in modo flessibile agli stimoli diversi cui è sottoposto.

Dunque un attaccamento sicuro rappresenta la base per lo sviluppo neuronale che lo predispone alla capacità di gestione delle sue emozioni. In psicologia si parla dunque di stile di attaccamento che può essere sicuro (e quindi connotato da interdipendenza emotiva, fiducia e sentimenti reciproci e si configura come la base per divenire adulti meno vulnerabili agli eventi stressanti e quindi portatori di una maggiore salute psico-fisica), o insicuro, cioè caratterizzato da instabilità o indisponibilità emotiva, quindi correlato alla maggiore vulnerabilità una volta diventati adulti a malesseri fisici e psichici. Si parla di stile di attaccamento ambivalente quando la comunicazione bambino- adulto è talvolta inconsistente o intrusiva o allineata con i suoi bisogni; infine nello stile disorganizzato, gli adulti non sono una base sicura e stabile ma bensì fonte di terrore e angoscia per il piccolo.

I diversi stili di attaccamento che ognuno di noi sviluppa in età infantile tendono a persistere una volta diventati adulti e questa è una delle prospettive da cui guardare i cosiddetti disturbi di personalità. Ma di cosa si tratta esattamente? E soprattutto a cosa serve una diagnosi? È utile? È stigmatizzante. Volendo tralasciare in questa sede l’acceso dibattito sui questi ultimi interrogativi, ai fini della comprensione dei tema qui trattato, è bene sapere che un cosiddetto disturbo si distingue da i tratti di personalità che “sono modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali importanti. Solo quando i tratti di personalità sono rigidi e non adattivi, e causano quindi una significativa compromissione del funzionamento sociale o lavorativo, oppure una sofferenza soggettiva, essi costituiscono Disturbi di Personalità" (v. Manuale Diagnostico e Statistico Dei Disturbi Mentali, IV edizione).

Dunque un disturbo di personalità si configura come un modello costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo e si manifesta nell’ambito della cognitività, dell’affettività, del funzionamento interpersonale o del controllo degli impulsi. La persona vive  un disagio clinicamente significativo o una grave compromissione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree importanti della sua vita . Si tratta di un quadro stabile e di lunga durata il cui esordio si può far risalire all’adolescenza o alla prima età adulta; esso non è legato all’effetto fisiologico dell’abuso di sostanze o ad una condizione medica generale, come ad esempio un trauma cranico. In psichiatria si distinguono: il disturbo di personalità paranoide, schizoide, schizotipico, antisociale, borderline, istrionico, narcisistico, evitante, dipendente e ossessivo –compulsivo. Queste categorie diagnostiche sono molto utili perché vi sia un linguaggio comune tra le figure che si occupano di salute mentale.

Ai fini terapeutici è molto importante fare un’accurata diagnosi, senza che questa diventi una trappola. Ogni clinico sensibile e competente sa che la persona è molto più di una categoria diagnostica e nel percorso terapeutico uno degli aspetti fondamentali consiste nel valorizzare le risorse di cui ognuno di noi è portatore.

 
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