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Caseificio Passalacqua

La Depressione: sei sicuro di conoscerla?

In questo articolo cercherò di fare chiarezza su ciò che in psicologia e psicopatologia si intende per “depressione”, termine spesso abusato dai media, utilizzato impropriamente per descrivere condizioni cliniche in cui l’aspetto depressivo è solo apparentemente la caratteristica fondamentale. Nella classificazione del DSM (manuale diagnostico dei disturbi mentali) i disturbi depressivi rientrano nei “disturbi dell’umore”.

Questi ultimi comprendono: a) i disturbi depressivi unipolari (suddivisi in disturbo depressivo maggiore, disturbo distimico e disturbo depressivo non altrimenti specificato); b) i disturbi bipolari (bipolare I, bipolare II e ciclotimico).

Dopo avere sinteticamente descritto gli aspetti sintomatologici della depressione, affronterò questo tema ampio e complesso, utilizzando una concettualizzazione di orientamento analitico, nel tentativo di descrivere da questo vertice cosa significhi vivere un’esperienza interna di depressione, tenendo sempre in mente che qualsiasi malessere psicologico va inteso lungo un continuum alle cui estremità vi sono gli aspetti più sani e all’opposto i più gravemente patologici.
Va inoltre ricordato che non esistono quasi mai quadri clinici “puri”: gli stati depressivi possono avere luogo in diverse altre condizioni (borderline, narcisi sismo, utilizzo di sostanze…).
La depressione è un disturbo diffuso che coinvolge mente e corpo, funzioni cognitive, comportamento, sistema immunitario e sistema nervoso periferico; si considera “disturbo” in quanto, a differenza di uno stato passeggero, è pervasivo poiché interferisce con il normale svolgimento del funzionamento lavorativo, scolastico e relazionale; dunque la depressione è costante e oppressiva. La persistente anormalità dell’umore o sentimenti di disperazione e odio di sè sono elementi che caratterizzano questo disturbo dal punto di vista medico. In un intervallo di tempo di almeno due settimane si devono riscontrare dunque alcuni sintomi: cambiamenti nel pattern del sonno, nell’appetito, nel desiderio sessuale, perdita di interesse per attività considerate piacevoli, perdita di concentrazione, perdita di energia, ritardo psicomotorio e pensieri suicidari. Clinicamente è l’intensità di questi sintomi a darci una chiara rappresentazione del disturbo. Ma come accennato in precedenza essa può manifestarsi come esperienza sfumata, oppure come disturbo invalidante. Inoltre bisogna sempre escludere condizioni organiche che danno luogo a sintomi molto simili alla depressione (diabete, disturbi tiroidei, sclerosi multipla, traumi cranici, morbo di Parkinson…).
La depressione maggiore si manifesta attraverso segni come crisi di pianto, perdita di ogni forma di interesse verso la vita, indifferenza verso le relazioni sociali, trascuratezza per il proprio corpo, comportamento ritirato- passivo, inquietudine, rallentamento motorio, del pensiero e del linguaggio.
La distimia comprende sintomi stabili e cronici, non disabilitanti, ma comunque in grado di interferire nello svolgimento delle normali attività, andando ad intaccare il senso di benessere.
Il disturbo bipolare (o sindrome maniaco – depressiva) è una patologia che include repentine oscillazioni del tono dell’umore (da depressione a mania, e viceversa).
Altre sotto-categorie della depressione maggiore sono : la depressione psicotica (con deliri e allucinazioni); il disturbo affettivo stagionale (legato alla mancanza di luce stagionale e che quindi compare in autunno, risolvendosi in primavera) e la depressione post-partum.
Come si è detto precedentemente, la tristezza invincibile, l’anedonia, la completa assenza di energie, i disturbi vegetativi (alimentazione, sonno) sono caratteristiche che ci fanno comprendere quanto la depressione possa essere devastante nella vita di una persona. Freud fu il primo a mettere a confronto queste condizioni (melanconia) e ciò che si sperimenta nel lutto normale. In quest’ultimo caso il mondo esterno si percepisce impoverito in qualcuno dei suoi aspetti (la perdita di una persona importante); invece nella depressione ciò che si avverte come perduto è una parte del Sé. Dunque sono condizioni opposte: per quanto una persona che vive un lutto possa essere triste in modo molto profondo, non per forza svilupperà una depressione.
Ma quali origini questo disturbo? A cosa possiamo ascrivere un’esperienza interna di questo tipo? Ci si interroga molto sulle basi genetiche della patologia. Diversi studi sulle storie familiari sui gemelli e sui figli adottivi hanno supportato in parte l’ipotesi dell’ ereditarietà ed è assolutamente vero che la depressione ricorra nei nuclei familiari. Ma i livelli di analisi sono due : quanto c’è di geneticamente programmato e quanto invece il comportamento depressivo dei genitori provochi risposte in questa direzione anche nei loro figli.
Gli psicoanalisti hanno descritto come un importante precursore della depressione sia una “perdita prematura”. Questo concetto ci aiuta a comprendere la rabbia rivolta verso di se tipica di queste persone, nonché il fatto che queste persone abbiano imparato a funzionare in questo modo, vivendo un profondo e continuo senso di colpa. Le persone depresse hanno interiorizzato inconsciamente le qualità più odiose dell’oggetto d’amore durante la propria infanzia. Come ben spiegano gli psicoanalisti perché un oggetto interiorizzato (ad esempio la madre o il padre) possa essere sentito dalla persona come “ostile”, o “critico” o “negligente” non significa che esso lo sia stato davvero. Immaginiamo un ragazzino che si sente abbandonato dal padre (amorevole) perché quest’ultimo si trova, per ragioni strettamente economiche ad allontanarsi dal nucleo familiare, o vittima di una brutta malattia. È probabile che il bambino proverà ostilità per l’abbandono del padre, ma continuerà a sentire desiderio di averlo accanto, e tenderà a rimproverarsi per non averlo apprezzato abbastanza nel periodo in cui era presente. La psicoanalisi parla di “proiezione” per indicare -come in questo esempio- il fatto che il bambino proietti le proprie reazioni sugli oggetti d’amore immaginando questi oggetti siano arrabbiati con loro o offesi. Il piccolo esce da queste esperienze così psicologicamente traumatiche di “perdita”, idealizzando l’oggetto perduto e attribuendo a se ogni affetto negativo. Quella che comunemente viene chiamata sindrome dell’abbandono si compie nel momento in cui si vi è il sentimento di essere “cattivo” e di dovere scongiurare in futuro qualsiasi eventualità del genere, cioè di essere nuovamente abbandonato a causa della propria malvagità.
Un aspetto da mettere in luce in questa forse troppo sintetica e a tratti complessa descrizione per i non addetti ai lavori, è che la perdita precoce non è sempre reale, osservabile, tangibile, ma può avere una connotazione psicologica.
Proviamo a fare chiarezza: immaginate un bambino che cede alla pressione da parte di un genitore a rinunciare ai propri bisogni di dipendenza, prima che sia psicologicamente pronto a farlo. (È ormai patrimonio acquisito il fatto che vi siano degli stati di sviluppo psicologico che ogni individuo vive nell’arco della propria esistenza). La spinta verso l’indipendenza è fondamentale, tanto quanto il bisogno di dipendenza; la “separazione” può avvenire quando un bambino è sicuro che il genitore sia una base solida cui fare ritorno, se egli dovesse necessitare di regredire. La crescente autonomia del bambino può essere vissuta come angosciante dalle figure genitoriali. Le dinamiche depressive secondo diversi studiosi, sono il risultato della sofferenza dei genitori (o chi per loro) per la crescita del figlio. Ed essa si può manifestare in due modi: aggrappandosi al bambino, facendolo sentire in colpa, o allontanandolo contro-fobicamente (negando dunque i propri sentimenti angoscianti). Il risultato in questo senso è lo stesso, essendo l’”iperprotezione”/iperattaccamento” e lo “svezzamento” (nel senso più ampio del termine: cioè “vai e cavatela da solo! io non ci sono!”) due facce della stessa medaglia , in quanto il bambino avrà interiorizzato che una parte del sé è cattiva (delle sue spinte interne). Nel primo caso la spinta verso l’indipendenza essa sarà sentita come dannosa, nel secondo odiosa.
Un’esperienza precoce di perdita, reale o immaginaria, esperienze non elaborate, una grave depressione dei genitori, la noncuranza da parte dei membri della famiglia per i bisogni dei figli, le atmosfere familiari in cui si scoraggia ogni forma di sofferenza perché viene offerto un modello di diniego degli stessi dispiaceri, sono tutti terreni fertili per fare scivolare nell’oscurità la sofferenza del bambino, dell’adolescente fino a convincersi (senza sapere perché!) che ci sia qualcosa di sbagliato dentro di sé. In alcune famiglie prevale il principio morale che la sofferenza sia “egoistica” o segno di “debolezza” e dunque disprezzabili caratteristiche : anche questo è un modo per fare sentire colpevole un bambino afflitto che non fa altro che piangere, generando in lui il bisogno di nascondere gli aspetti vulnerabili del Sé e successivamente a causa del processo di identificazione con il genitore (così critico!) l’odio per questi aspetti della propria persona.
Questa panoramica può aiutarci a comprendere per quale ragione le persone con psicologia depressiva nutrano la convinzione di essere “cattive”, lamentandosi della propria avidità, egoismo, rabbia, lussuria, orgoglio…essi pensano che tutti questi aspetti normali dell’esperienza siano pericolosi e perversi e di avere dentro sé una spinta distruttiva.
“Essi hanno trasformato il sentimento di essere rifiutati nella convinzione inconscia di meritare quel rifiuto, di averlo procurato con le proprie mancanze e che in futuro saranno inevitabili altri rifiuti se qualcuno arriverà a conoscerle intimamente. Tentano con tutte le forze di essere persone ‘buone’, ma temono di essere scoperte nelle loro pecche e allontanate come indegne” (McWilliams, 1994).
Un percorso terapeutico (nei casi più gravi in associazione ad una terapia farmacologica) può essere la strada per riappropriarsi della propria esistenza, aiutando la persona ad elaborare il dolore e dotando di significato la propria esperienza personale.

 
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